Ovvero: come prendersi una delle rivincite più riuscite della storia

Per gli aficionados del web, Svevo Moltrasio non ha certo bisogno di presentazioni, per tutti gli altri faccio brevemente gli onori di casa.
Classe 1980, romano, nato e cresciuto nel centro storico della Capitale, quartiere Prati, a due passi dal Vaticano, dopo diversi cortometraggi realizzati come regista e sceneggiatore ed il trasferimento a Parigi nel 2009, ha ottenuto grande notorietà grazie alla webserie “Ritals”.
Un racconto tragicomico sulla vita di un italiano in Francia.
Proprio questo progetto gli ha permesso di farsi conoscere da un pubblico sempre più vasto che, negli anni, anche dopo il suo rientro a Roma nel 2019, ha continuato a seguirlo e a supportarlo.
Rispondendo “presente” nel momento più opportuno ovvero quando si è trattato di aiutarlo a produrre il suo primo lungometraggio.
“Gli Ospiti” è un film totalmente indipendente, realizzato grazie ad una raccolta fondi che ha visto contribuire più di 3000 persone e che ha superato i 100.000 euro di donazioni, arrivato al cinema Lux di Roma (per una settimana, dal 12 al 18 ottobre, nel momento in cui scrivo non si hanno ancora notizie di uscite sul resto del territorio nazionale) grazie allo sforzo esclusivo dello stesso Moltrasio (autore, regista, attore, montatore e produttore dell’opera) insieme a Simone Bracci, produttore audiovisivo con, alle spalle, diversi progetti portati a conclusione.
(Seguiranno anticipazioni sul contenuto della pellicola).
Ambientato in un casale alle porte di Roma, il film racconta una notte molto movimentata di un gruppo di amici che, nonostante sia alla ricerca di qualche ora di relax, lontana dal caos cittadino, si trova a vivere momenti di tensione e di discussioni furibonde.
Il cast, oltre allo stesso regista, vede tra i protagonisti Giulia Bolatti, Chiara Tomei, Federico Iarlori e Quentin Darmon (questi ultimi sono gli storici compagni d’avventura di Moltrasio all’interno della webserie “Ritals”), Simona Di Bella, Federico Lima Roque, Leonardo Bocci, Giorgia Narcisi, Paola Moscelli ed il piccolo Nathan Garcia.
La pellicola, tolta la lunga panoramica notturna iniziale (che sorvola la zona del casale, dispersa tra alberi colline e case isolate in un posto non ben definito), non vive mai momenti di quiete ma spinge continuamente sull’acceleratore di dialoghi intensi e serrati.
Tutto si svolge in casa, tolte alcune scene ambientate all’esterno (una manciata, si contano letteralmente sulle dita di una mano), mentre fuori impazzano i fulmini e il temporale.
La corrente salta in continuazione e questo regala dei momenti al buio che contribuiscono ad accrescere la tensione.
Non si tratta certo di un film perfetto, ma è sicuramente un prodotto coraggioso.
Moltrasio decide di affidarsi esclusivamente ad attori esordienti riuscendo a metterli a proprio agio e consentendogli di portare a casa prestazioni di livello.
È il caso, ad esempio, di Federico Iarlori (che si rivela uno dei più incisivi), di Giulia Bolatti (chiamata a spingersi oltre con l’emotività in uno dei momenti di maggiore tensione), di Quentin Darmon (attore francese che recita quasi totalmente in italiano, molto ben amalgamato con il resto del cast), ma anche di tutti gli altri che contribuiscono a costruire un gruppo complice e affiatato.
Un padrone di casa particolarmente burbero, una moglie dolce e comprensiva, una cognata novax che non vuole avere contatti con la famiglia, un coniuge totalmente sottomesso, una coppia di ragazze prossime al divorzio, un amico che cerca di mettere ordine, un’ospite francese accompagnato da una moglie decisamente insicura e un misterioso ragazzo di colore, molto distinto e ben vestito.
Risulta evidente come tanti della nostra società possano vedersi rappresentati, con un racconto che, evidentemente, vuole essere una metafora dei giorni nostri e della collettività.
La storia ruota attorno a tre grossi problemi, che generano ogni discussione e ogni tensione presente: chi è il misterioso ospite di colore che non conosce nessuno, di chi è il casale in cui si svolge la storia e di chi è figlio il bambino addormentato al piano di sopra.

Ogni volta, nonostante si faccia di tutto per fare chiarezza, la situazione diventa più confusa, tutti mentono e alzano la posta nel tentativo di esercitare un potere sull’altro, intricando così tanto le informazioni da rendere praticamente impossibile arrivare ad una conclusione logica.
Tutti parlano di situazioni e di cose che non conoscono (pretendendo, comunque, di contribuire in maniera decisiva al dibattito, ma senza riuscirci, per ovvie ragioni).
Una storia ambientata in un posto indefinito che, proprio per questo, potrebbe essere ovunque, senza un passato inequivocabilmente dimostrato, un presente chiaro ed un futuro decifrabile.
Esattamente come accade per la popolazione mondiale, una popolazione a cui non importa niente della propria Storia, non è minimamente in grado di leggere il presente e di costruire un futuro positivo.
I video pubblicati in rete da Moltrasio, nel corso degli anni, hanno sempre fatto discutere (quelli sui confronti Parigi/Roma – oltre che sui suoi canali – hanno registrato centinaia di migliaia di visualizzazioni anche sui siti delle testate giornalistiche più importanti, per non parlare dei contenuti pubblicati nel pieno della Pandemia), ma la serie di video che ha portato ad un dibattito molto acceso è stata quella intitolata “come muore il cinema in Italia”.
Analizzando dati e scelte artistiche, Svevo ha messo in luce come nel nostro paese, da troppi anni, si continuino a spendere milioni e milioni di euro per produrre film che, a conti fatti, il pubblico non va a vedere e, nonostante sia tremendamente chiara la portata suicida del processo, nessuno fa niente per cambiare le cose.
In tanti si sono accodati alle sue osservazioni, tanto che è stato persino invitato a parlarne durante un panel all’interno della Mostra del Cinema di Venezia 2022, ma poi, all’atto pratico, nessuna produzione ha voluto assumersi il rischio di lanciarsi su un progetto nuovo e su un esordiente tanto apprezzato.
Dopo anni di lavoro dietro le quinte, di idee uccise sul nascere e di porte in faccia.
Nonostante il film fosse già completo, nonostante Moltrasio avesse ampiamente dimostrato l’interesse del pubblico verso la sua opera prima e nonostante l’operazione avesse tutte le carte in regola per dimostrarsi vincente, nessuna casa di distribuzione ha voluto investire per portarlo al cinema.
Questo dimostra che, quando un sistema sceglie di mostrarsi chiuso e preferisce morire piuttosto che percorrere strade nuove, non c’è davvero niente da fare.
Non è detto che nuovi percorsi portino obbligatoriamente a risultati positivi, ovviamente, ma il punto è: se sai già che le vecchie maniere portano a flop, perché non provi neanche a cambiarle?
Se un film costa tanto ma ha dentro certi nomi finisce ovunque, anche se poi, all’atto pratico, non va a vederlo nessuno.
Tanto paga lo Stato.
Se un film non costa nulla alla collettività e lo finanziano privati non finisce da nessuna parte, anche se è già impacchettato, pronto a partire e con un pubblico di base che ha permesso di realizzarlo.
A meno che tu non sia disposto a pagare decine e decine di migliaia di euro alle case di distribuzione per fare il loro dovere.
Come se l’idraulico che viene a cambiare il lavandino a casa, incapace di trarre profitto dal suo lavoro (oltre al costo della manodopera e dei pezzi), ti chiedesse di pagargli l’acquisto del mezzo di trasporto, dei vestiti e, già che ci sei, anche dell’affitto di casa.
Perché da solo non è capace di guadagnare abbastanza per vivere.
A quel punto gli consiglieresti di cambiare lavoro oppure di provare a capire cosa c’è che non va nel suo, ma nel mondo dello spettacolo questo non vale.
Chi ha i soldi paga, sperando che basti a garantirgli il successo, senza neanche provare a mettersi in discussione, in una gara dove il talento non conta.
Conta esclusivamente la disponibilità economica.
In anni fantastici, decenni in cui i “talent scout” non esistono più e chi ha potere contribuisce a rendere famoso chi già lo è, anche se non palesa talenti evidenti, con gli emergenti che vengono visti come dei rompiscatole che pretendono anche di fare qualcosa di nuovo.

Questa strana forma di suicidio, in cui chi muore vorrebbe anche pretendere di convincerti che tutto sta andando bene, senza che nessuno trovi il coraggio di dire “ho sbagliato, facciamo altro”, assume forme sempre più grottesche.
Mentre si continuano a sbattere porte in faccia a chi prova ad alzare educatamente la mano per dire la sua (dando fondi illimitati a chi sta ammazzando quel poco d’arte che resta), i più capaci riescono comunque a trovare il modo per smascherare il “bluf” e a farcela ugualmente da soli (con tutti i limiti, le difficoltà e i sacrifici che questa scelta può portare) mentre gli altri mollano.
In una perversa selezione darwiniana in cui, alla fine, non si salverà nessuno.
Chi è sulla barca non fa nulla per fare un po’ di posto e, mentre i più abili e coraggiosi cercano di aggrapparsi con le unghie e con i denti, i più sfortunati si lasciano subito andare.
Senza salvagente e con quelli che, seduti all’asciutto, continuano a gridare: “qui va tutto bene!”.
Evitando di guardare, naturalmente, la grossa falla che ha squarciato lo scafo e che continua a far imbarcare acqua al mezzo di trasporto.
Incapaci di accettare un destino di crollo e disaffezione collettiva da loro stessi causata, costruendosi in casa “nemici” che, di volta in volta, si prendono le loro rivincite.
Contribuendo a rendere sempre più palesi le contradizioni e i giochi di potere di chi non ha alcun interesse ad operare per una cultura seria, prosperosa e condivisa.

Fidelio

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