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Mika esce con il suo nuovo disco, No Place In Heaven («Non c’è posto per me in Paradiso? Pazienza, non lo sto cercando»), in cui per la prima volta «supera le paranoie» e si mette a nudo. Celebrando sul palco la sua festa di liberazione. Canzoni semplici ma non banali, arrangiate in maniera pulita, cantate bene, che mirano alla melodia, alla piacevolezza, alla freschezza.

In “Good guys”, Mika elenca il suo pantheon, e non è un caso che lì in mezzo ci sia Andy Wharol, perché in questo disco, come nella pop art, e si mischiano i colori, i suoni, da ovunque arrivino: l’allegria, con la malinconia, l’alto con il basso. La copertina è vivace, le canzoni sono spesso dritte, melodiche, ma le foto di Mika sono sempre in bianco e nero, un po’ ombrose, e nelle canzoni c’è una vena riflessiva nelle storie, un sottotesto introverso che è tipico di certo pop-rock, quello a cui si ispira Mika: gli anni ’70, il primo Elton John, il primo Billy Joel, Carole King e il Laurel Canyon dove questo disco è stato scritto.

Per “No place in heaven” Mika ha scelto un suono retrò, aperto, fatto di strumenti ben riconoscibili, a sostenere melodie immediate: lo si capisce fin dalla prima canzone – almeno in Italia, perché l’album esce in 8 versioni con tracklist diverse a seconda dei paesi. “Talk about you” parte con un basso pulsante, piano, ritmica sostenuta, una chitarra acustica. Ricorda qualcosa? Forse “Sarà perché ti amo”? Probabile, infatti tra gli autori sono citati Pupo e Daniele Pace, che la scrissero per i Ricchi e Poveri (nel libretto si parla di “interpolation”). E poi si arriva appunto a “Good guys”, che invece è più malinconica: decisamente più Rufus Wainwright che Bowie, per rimanere tra i nomi citati nel brano.
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